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Ardia di Sedilo


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ph dolopo
C'era una volta ..., inizia così il racconto di ogni favola, di ogni storia, che più che nascere da fatti realmente accaduti, trae spunto da racconti di epiche gesta, che pur non sostenuti da documenti o da rigorose testimonianze storiche tali da renderli credibili, vengono alimentati dalla fantasia della gente e tramandati di bocca in bocca, diventando, nell'immaginario comune, leggenda. Così, a mezza strada tra il sacro ed il profano, nascono le sagre, quali autentiche feste di popolo, che vuole credere e ricordare i protagonisti di quelle gesta, attribuendo loro capacità sovrannaturali e magari, investiture divine mai avvenute. Anche in Sardegna vi sono tante di queste rievocazioni. Una però, è particolarmente amata dai Sardi. Siamo a Sedilo, un villaggio di 3000 anime della provincia di Oristano, nella Sardegna centro orientale. Sorge a 288 metri di altitudine, sull'ultimo lembo del vasto altopiano che va dalle pendici del Marghine al fiume Tirso. In questo paese si svolge non la più importante, ma certamente la più amata sagra dell'isola: L' Ardia di San Costantino. Il nome Ardia deriva dal verbo del dialetto logudorese "bardiare" (fare la guardia, proteggere, vegliare in armi, girare intorno per fare la guardia). Tra il 5 e il 7 luglio di ogni anno un centinaio di cavalieri tra i più abili, spericolati e coraggiosi del villaggio partecipano a questa corsa selvaggia, sfrenata. Non lo fanno per denaro o per vincere dei premi, ma per devozione verso un Santo - guerriero che santo non è..., ma è eletto però a quel "rango" dalla gente, conquistata dalle sue gesta di uomo e guerriero coraggioso, pronto a battersi per i diritti dei più deboli. Lo chiamano Santu Antine (San Costantino). Ed è proprio in suo onore che viene corsa ogni anno L'Ardia di Sedilo, nel ricordo della Battaglia vinta da Costantino il Grande, combattuta nel 312 a Ponte Milvio (Roma) contro le truppe di Massenzio. La leggenda, arcinota, vuole che prima di incrociare le armi con soldati nemici, a Costantino fosse apparsa nel cielo una croce luminosa con la scritta: In Hoc Signo Vinces (con questo segno vincerai). L'anno successivo Costantino il Grande emanò un editto con il quale accordava ai cristiani la libertà religiosa, ordinando anche la restituzione di tutti beni confiscati alle loro comunità. Questo gli valse il nome di primo imperatore cristiano della storia. E certo si deve a Costantino l'inizio del processo di cristianizzazione dell'umanità. Abolì il supplizio della crocifissione, in ricordo della morte di Gesù; la croce, da strumento di morte, diventò simbolo di salvezza; vietò la marchiatura sulla fronte dei deportati; migliorò la condizione degli illegittimi; si occupò dei bambini abbandonati, proibendo ai padri di uccidere o di vendere i propri figli per mancanza di mezzi di sostentamento. Iniziò la liberazione degli individui da tutte le oppressioni, protesse la famiglia, reprimendo il malcostume e ridusse i motivi di divorzio. Nei 25 anni di regno insomma, fu autore di molte riforme; come diremmo oggi, fece interventi nel sociale, di grande spessore. Si macchiò però di una colpa atroce: fece uccidere la moglie Fausta ed il figlio Prisco, probabilmente perché istigato e ingannato dalla stessa moglie, matrigna del ragazzo. Ma torniamo alla sagra: Non vi sono testimonianze certe che indichino con precisione la data di inizio di questa festa di popolo. Noi preferiamo riferirvi la versione più fantasiosa, certamente lontana dalla verità storica che nessuno conosce, ma proprio per questo più vicina alla leggenda. Un giorno, si dice, (siamo nel sedicesimo secolo) un ricco proprietario di Scano Montiferro, un paesino non lontano da Sedilo, mentre era intento al lavoro nei campi, venne rapito dai mori (i turchi) che avevano fatto un incursione nelle nostre coste, e portato a Costantinopoli. Lo resero servo e lo fecero lavorare giorno e notte, e quando cadeva esausto, lo costringevano, a bastonate, a riprendere il lavoro interrotto. La leggenda dice che a quell'uomo, dopo una prima apparizione, apparve per la seconda volta San Costantino e gli disse: "Io ti libero perché voglio che tu mi faccia costruire una chiesa . Prendi questo sacco di denari, vai a Sedilo e falla erigere sul monte Isei". Lo scanese ubbidì e fece costruire il santuario; quella chiesetta gotica venne poi ampliata e rifatta, in stile più moderno, nel 1789, come testimoniano le due iscrizioni in lingua spagnola. Cosa strana, perché gli spagnoli avevano lasciato l'isola prima agli austriaci e poi ai Savoia, 76 anni prima di quella data. Evidentemente gli oltre 400 anni di dominazione spagnola nell'isola, avevano lasciato il segno. San Costantino è amato profondamente dalla gente. Per onorarlo, ogni anno, tra il 5 e il 7 di luglio, accorrono a Sedilo decine di migliaia di pellegrini da tutta la Sardegna. Molti arrivano a piedi anche da molto lontano, dopo giorni e notti di cammino attraverso i campi. Le pareti della chiesa sono tappezzate da ex voto. Qui la gente non viene per chiedere un miracolo, ma in segno di gratitudine per una grazia ricevuta, per tener fede ad una promessa fatta. L'Ardia è guidata da un capo corsa (sa prima pandela) ed è un grande onore ottenere questo incarico. Le domande degli aspiranti vengono annotate in un antico registro custodito nella parrocchia; spesso l'attesa è di molti anni. La nomina viene fatta tenendo conto dell'ordine cronologico delle richieste ma anche delle caratteristiche della persona, che deve aver dato prova di coraggio, di abilità nel cavalcare e di fede. A sa prima pandela spetta il compito di nominare la seconda e la terza bandiera, che sceglie tra i cavalieri più abili. Loro tre infine nominano una scorta, che ha il compito importantissimo di evitare che i cavalieri "nemici" superino sa prima pandela che, nella rievocazione storica, rappresenta il Santo guerriero. I preparativi sono lunghi e meticolosi: grande importanza si attribuisce alla scelta ed alla preparazione dei cavalli, che dovranno correre tra due ali di folla vociante e centinaia di fucilieri che spareranno con cartucce a salve caricate con polvere nera, quasi a voler impedire alle bestie lanciate al galoppo, di investire la folla che gremirà, senza transenne di alcun genere, ogni angolo di questo brullo pendio che porta al tempio. Il 29 Giugno i tre capi corsa provano il percorso e distribuiscono le cartucce ai fucilieri scelti da sa prima pandela. Tutto è pronto per la festa, quella pagana e quella religiosa. Si, anche quella religiosa, con tutti i crismi della legalità: il 31 agosto del 1987 il Vescovo di Alghero e Bosa monsignor Giovanni Pes, ha riconosciuto la chiesa di San Costantino come Santuario Diocesano. Nei santuari, ha detto Giovanni Paolo II, tutte le categorie di persone hanno la gioiosa possibilità di immergersi nella preghiera, non solo liturgica, ma anche in quelle sane forme della pietà popolare, che non di rado manifestano il genio religioso di tutto un popolo, raggiungendo talvolta un impressionante acume teologico, unito ad una straordinaria ispirazione poetica. Per quel tempio significa la consacrazione, per Santu Antine, agli occhi della gente, una sorta di promozione sul campo. I sacerdoti delle chiese vicine accorrono a dare man forte per accogliere i fedeli, decine e decine di venditori ambulanti espongono le loro merci. Nell'aria si sente il profumo delle salsicce, dei maialetti, della carne di capra arrostiti nei numerosi bivacchi da pellegrini e commercianti. Se gli passi vicino ti offrono da mangiare ed un bicchiere di Cannonau, uno straordinario vino nero di non meno di 16 gradi, che quando lo bevi lava la bocca dal grasso dell'arrosto e ti scalda le orecchie. Se gli dai retta, finisci con "su filu e ferru", un' acquavite fatta in casa che raramente ha meno di 50 gradi. E questo è un buon sistema per garantirsi almeno 8 ore di sonno senza sonnifero. Tutto è pronto, è il pomeriggio del 6 luglio: sa prima pandela oggi, è la persona più importante. A casa sua aspetta l'arrivo dei due aiutanti e della scorta. Insieme, a cavallo, si recheranno davanti alla casa parrocchiale dove si sono riuniti un centinaio di baldi e focosi giovani a cavallo. A sa prima pandela, dopo averlo benedetto, il parroco affida lo stendardo di broccato giallo "Sa pandela de Santu Antine" la bandiera di San Costantino, il secondo riceve una bandiera bianca ed il terzo una rossa. Anche agli uomini della scorta vengono affidate le bandiere che in totale sono nove. Il parroco a cavallo, con il sindaco, si mettono alla testa del gruppo e percorrono le vie del paese verso il santuario. Subito dietro, il capo corsa con lo stendardo del santo, seguito dalla seconda, dalla terza bandiera e dagli uomini della scorta che difendono sa prima pandela, dai giovani cavalieri che cercheranno di superarla. Per loro sarebbe un atto di grande valore o "balentia", come si dice in questa zona, riuscire in questa impresa, per sa prima pandela una sconfitta, un onta inaccettabile. In questa fase più che lo spirito religioso, prevale l'animo del guerriero che si risveglia. Si dirigono all'uscita del paese, il passaggio del corteo viene annunciato alla gente dagli spari dei fucilieri: ormai più di 50 mila persone si trovano lungo il percorso, nell'anfiteatro, ai piedi del santuario. Con l'eco degli spari che si avvicina, cresce la tensione della folla. All'uscita del paese c'è su fronti mannu, la prima tappa: davanti ad una croce in pietra con la scritta "in hoc signo vinces", la processione si ferma per qualche minuto di preghiera; da qui si vede in lontananza il santuario. Il corteo avanza lentamente, fino a su frontigheddu, una collinetta che sovrasta il tempio. Qui il parroco impartisce la benedizione ai cavalieri, raccomanda loro di correre con spirito religioso e scende accompagnato dal sindaco, verso le gradinate dell'anfiteatro. I cavalieri riescono a dominare a stento la propria impazienza e trasmettono la tensione ai cavalli. Dovrebbe essere il Parroco a dare il via, ma quasi sempre la corsa scatta nel momento meno prevedibile. E' sa prima pandela a scegliere l'attimo più propizio e quando decide, si getta giù da questa collina a briglia sciolta. E' il momento più pericoloso, la velocità è folle, la strettoia dell'ingresso posta sotto l'Arco di Costantino è sempre più vicina; la sua scorta lo protegge dall'irruenza di cento cavalieri che lanciati al galoppo tra le scariche di fucileria e una nuvola di polvere si gettano al suo inseguimento. I fucilieri continuano a sparare, l'eccitazione della folla è allo spasimo; i cavalli sfiorano le persone in prima fila che per nulla rinuncerebbero a quello spettacolo ed a quelle emozioni. Cavalli imbizzarriti, qualche volta, finiscono in mezzo agli spettatori, ma nessuno se ne preoccupa, anche questo fa parte del rituale, almeno di quello pagano di questa corsa che risveglia istinti primordiali. Nell'aria, nuvole di terriccio sollevate dagli zoccoli dei cavalli, l'odore acre di polvere nera delle migliaia di cartucce caricate a salve, il caldo rovente del sole di luglio, l'eccitazione ed il vociare assordante della folla, fanno parte di uno scenario che riporta forse alle antiche origini di questa sagra. Al settimo giro non completo i cavalieri scendono in una piazzetta sottostante, sino a sa muredda; un terrapieno con al centro una croce. Sei giri intorno, tre in un senso e tre nell'altro, poi la corsa riprende al galoppo verso la chiesa. Il manto bruno dei cavalli è intriso di sudore e di polvere, nei loro fianchi si vedono i solchi sanguinanti lasciati dagli speroni. Come primo atto, consegnano le bandiere e lo stendardo in broccato giallo di Santu Antine, al parroco, che li ripone in una antica cassa di legno, per riconsegnarli il prossimo anno ad altri giovani che un po' per fede, un po' per "balentia" difenderanno questo stendardo dagli attacchi degli " infedeli" e Massenzio sarà sconfitto ancora una volta. I cavalieri abbassano gli stendardi, assistono alla funzione religiosa, poi tornano in paese. Piantando gli speroni nella carne viva dei cavalli, cercano di precederlo all'ingresso dell'arco: Fallire vorrebbe dire forse anche finire in piena velocità contro le colonne in pietra e rischiare di morire, come è accaduto molte volte in passato. Solo pochi, ma interminabili secondi, poi sa prima pandela sfreccia sotto quell'arco e si infila nel sentiero che porta al tempio. I cavalieri, sempre al galoppo, compiono sei giri intorno al santuario. S'Ardia è finita, ma rivivrà, ancora per mesi, nei racconti della gente che ricorderanno del coraggio e dell'abilità di quei giovani, mentre i più anziani parleranno ancora dei miracoli di questo santo guerriero. Nella seconda domenica successiva al sette luglio si corre l' Ardia a piedi, alla quale parteciperà tutto il paese. Questi sono i colori poco conosciuti della Sardegna, diversi dai celebratissimi smeraldo, blu e turchese del suo mare, ma probabilmente i più belli, certo i più caldi, i più emozionanti.
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